LeniterapiaIl termine leniterapia è un neologismo creato da FILE e riconosciuto dall’Accademia della Crusca, la maggiore autorità linguistica italiana.

Leniterapia è un termine che deriva dal verbo latino “lenire”, incentrato sull’idea di dolcezza e di cura, e costituisce un paradigma scientifico teso a definire un’area di saperi, di culture e di conoscenze relative alle cure di fine vita che oltrepassano l’area specifica della medicina, coinvolgendo le scienze infermieristiche, la filosofia della scienza, la filosofia morale, la bioetica, la teologia, la storia, l’antropologia, la sociologia e anche l’architettura, laddove si occupi di considerare e progettare spazi e strutture adatti alla ricerca di una qualità della vita accettabile per chi soffre e per le famiglie dei pazienti (hospice).
La leniterapia vuole quindi rappresentare un’area più vasta delle sole cure palliative: si propone di comprendere tutte quelle discipline che si occupano della vita dell’uomo anche nella sua ultima fase e di far conoscere la filosofia che sottende l’assistenza a chi, al termine della vita e senza speranza di guarigione, può comunque effettuare scelte riguardo il dove, il come e con chi vivere fino alla fine.

In Italia, il significato di cure palliative è poco e mal conosciuto. Palliativo è infatti un termine che viene interpretato come inutile o poco efficace. Le cure palliative sono, invece, discipline, terapie e tecniche nate per aiutare chi deve affrontare la sofferenza fisica, la paura e la disperazione del dolore e della morte.
Nel tentativo di rendere più comprensibile il vero significato del termine cure palliative, è stato creato quindi il neologismo leniterapia, un termine di derivazione latina, mantenuto nella lingua italiana accanto ai più usati “attenuare”, “mitigare” e “alleggerire”. Il lenimento, per storia etimologica, porta con sé l’idea della dolcezza, della cura amorevole, della solidarietà e della vicinanza affettiva.
Nel disegno complessivo di immagine e comunicazione di FILE, affinché le cure palliative possano essere conosciute e riconosciute dal vasto pubblico come attività di grande valore, sia dal punto di vista medico che dal punto di vista puramente umano, si è ritenuto opportuno calibrare il nome che le definisce. Il punto di partenza è stato costituito dalla considerazione che il malato terminale non riacquista la salute, ma lo si può aiutare a trascorrere l’ultima parte della sua vita nel modo migliore che la sua malattia gli consenta e secondo i suoi valori e le sue scelte. Si possono lenire le sue sofferenze con adeguate e mirate terapie del dolore, ma anche con interventi tesi a colmare la sua solitudine e la perdita del suo ruolo sociale.

Per saperne di più, vedi anche:
Enciclopedia Treccani
Accademia della Crusca link n.1
Accademia della Crusca link n.2

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