D.A.T. e pianificazione condivisa delle cure

Chi sottoscrive le Disposizioni Anticipate di Trattamento (D.A.T.) può tranquillamente essere una persona in salute che vuole prevenire tutte quelle situazioni improvvise in cui si sopravvive (trauma, ictus, infarto acuto) rimanendo però senza coscienza.

La pianificazione condivisa delle cure, invece, riguarda chi è già malato, per lo più di malattia cronico-degenerativa, ed è più appropriato che dialoghi con il suo medico su come gestire il percorso terapeutico in base all’evolversi della patologia. Alla base della pianificazione delle cure c’è quindi uno scambio comunicativo costante tra medico e paziente, il quale viene reso gradualmente consapevole della situazione di malattia e accompagnato in questo percorso in modo che possa decidere autonomamente cosa è meglio per sé, senza mai sentirsi abbandonato. Il medico è tenuto a rispettare le sue disposizioni e a riportarle in cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

Questo rapporto di fiducia tra paziente e medico si basa sul consenso informato. Ciò significa che, prima di autorizzare un trattamento sanitario, ogni persona ha diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di ricevere informazioni complete, aggiornate e comprensibili su diagnosi, prognosi, benefici e rischi di esami diagnostici e cure proposte, possibili alternative e conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento.

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E con il Covid-19 come cambia tutto questo?

La legge n. 219/2017 consente a tutti di comunicare per tempo, al momento della diagnosi, se, in caso di grave insufficienza respiratoria, si desideri o meno essere trasportati in terapia intensiva. È un appello alla responsabilità e al principio di autodeterminazione terapeutica come diritto universale, valido anche durante una pandemia.